La bellezza della misericordia salverà il mondo: parafrasando Dostoesvkij


Un tema bellissimo e impegnativo. Un tema da iniziati e di inoltrati nella vita spirituale. Un tema da catechesi battesimali, ma anche un tema di catechesi mistagogiche (cf. Cirillo di Gerusalemme)

La bellezza salverà il mondo è una frase di Dostoevskij. Ma pochi si ricordano che la famosa frase ha un seguito che le da il suo senso pieno.

Chi non ha conosciuto questa frase?

Ci si dimentica però nella maggior parte dei casi di ricordare che Dostoevskij intende qui la bellezza redentrice di Cristo.

Dobbiamo imparare a vederlo.

Se noi lo conosciamo non più solo a parole. Ma veniamo colpiti dallo strale della sua paradossale bellezza, allora facciamo veramente la sua conoscenza e sappiamo di lui non solo per averne sentito parlare da altri. Allora abbiamo incontrato la bellezza della verità, della verità redentrice. Quale certezza!

Nulla ci può portare di più a contatto con la bellezza di Cristo stesso che il mondo del bello creato dalla fede e la luce che risplende sul volto dei santi, attraverso la quale diventa visibile la sua propria luce, (Card J. Ratzinger, Intervento al meeting di Rimini, 2002).

Colui che è la bellezza stessa. Si è lasciato colpire il volto, sputare addosso, incoronare di spina.

La misericordia di Dio è la compassione del Padre, direbbe padre Boris Bobrinskoy dell’Istituto ortodosso San Sergio di Parigi. Di fronte al problema del male e della sofferenza. Cristo rivela il volto di misericordia del Padre e la sua compassione. Cristo prende su di sé le miserie e la miseria del mondo. Il prendere su di sé è legato alla libera consapevolezza con la quale Cristo va incontro alla sua passione morte e Resurrezione. Come dice Giovanni Crisostomo nella Divina Liturgia: Tu ( Cristo) che ti offri e sei offerto. Questa è l’opera del Padre amante degli uomini ne della vita. Questa è la manifestazione della sua filantropia.

«Chi ha visto me ha visto il Padre»

Il mistero pasquale è il vertice di questa rivelazione ed attuazione della misericordia, che è capace di giustificare l’uomo, di ristabilire la giustizia nel senso di quell’ordine salvifico che Dio dal principio aveva voluto nell’uomo e, mediante l’uomo, nel mondo. Che cosa dunque ci dice la croce di Cristo, che è, in un certo senso, l’ultima parola del suo messaggio e della sua missione messianica? – Eppure, questa non è ancora l’ultima parola del Dio dell’alleanza: essa sarà pronunciata in quell’alba, quando prima le donne e poi gli apostoli, venuti al sepolcro di Cristo crocifisso, vedranno la tomba vuota e sentiranno per la prima volta l’annuncio: «È risorto». Essi lo ripeteranno agli altri e saranno testimoni del Cristo risorto. Tuttavia, anche in questa glorificazione del Figlio di Dio continua ad esser presente la croce, la quale – attraverso tutta la testimonianza messianica dell’Uomo-Figlio, che su di essa ha subito la morte – parla e non cessa mai di parlare di Dio-Padre, che è assolutamente fedele al suo eterno amore verso l’uomo, poiché «ha tanto amato il mondo – quindi l’uomo nel mondo – da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna». Credere nel Figlio crocifisso significa «vedere il Padre», significa credere che l’amore è presente nel mondo e che questo amore è più potente di ogni genere di male in cui l’uomo, L’umanità, il mondo sono coinvolti. Credere in tale amore significa credere nella misericordia. Questa infatti è la dimensione indispensabile dell’amore, è come il suo secondo nome e, al tempo stesso, è il modo specifico della sua rivelazione ed attuazione nei confronti della realtà del male che è nel mondo, che tocca e assedia l’uomo, che si insinua anche nel suo cuore e può farlo «perire nella Geenna».(DiM, 7)

«La croce è come un tocco dell’eterno amore sulle ferite più dolorose dell’esistenza terrena dell’uomo, è il compimento sino alla fine del programma messianico, che Cristo formulò una volta nella sinagoga di Nazaret e ripeté poi dinanzi agli inviati di Giovanni Battista. Secondo le parole scritte già nella profezia di Isaia, tale programma consisteva nella rivelazione dell’amore misericordioso verso i poveri, i sofferenti e i prigionieri, verso i non vedenti, gli oppressi e i peccatori. Nel mistero pasquale viene oltrepassato il limite del molteplice male di cui l’uomo diventa partecipe nell’esistenza terrena: la croce di Cristo infatti ci fa comprendere le più profonde radici del male che affondano nel peccato e nella morte, e cosi diventa un segno escatologico. Soltanto nel compimento escatologico e nel definitivo rinnovamento del mondo, l’amore in tutti gli eletti vincerà le sorgenti più profonde del male, portando quale frutto pienamente maturo il Regno della vita e della santità e dell’immortalità gloriosa. Il fondamento di tale compimento escatologico è già racchiuso nella croce di Cristo e nella sua morte. Il fatto che Cristo «è risuscitato il terzo giorno» costituisce il segno finale della missione messianica, segno che corona l’intera rivelazione dell’amore misericordioso nel mondo soggetto al male. Ciò costituisce al tempo stesso il segno che preannuncia «un nuovo cielo e una nuova terra», quando Dio «tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate».

Nel compimento escatologico la misericordia si rivelerà come amore, mentre nella temporaneità, nella storia umana, che è insieme storia di peccato e di morte, l’amore deve rivelarsi soprattutto come misericordia ed anche attuarsi come tale. Il programma messianico di Cristo – programma di misericordia – diviene il programma del suo popolo, il programma della Chiesa. Al centro di questo sta sempre la croce, poiché in essa la rivelazione dell’amore misericordioso raggiunge il suo culmine. Fino a che «le cose di prima» non passeranno, la croce rimarrà quel «luogo» al quale potrebbero riferirsi ancora altre parole dell’Apocalisse di Giovanni: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. In modo particolare, Dio rivela anche la sua misericordia quando sollecita l’uomo alla «misericordia» verso il suo proprio Figlio, verso il crocifisso. Cristo, appunto come crocifisso, è il Verbo che non passa, è colui che sta alla porta e bussa al cuore di ogni uomo, senza coartarne la libertà, ma cercando di trarre da questa stessa libertà l’amore, che è non soltanto atto di solidarietà con il sofferente Figlio dell’uomo, ma anche in certo modo «misericordia» manifestata da ognuno di noi al Figlio dell’eterno Padre. In tutto questo programma messianico di Cristo, in tutta la rivelazione della misericordia mediante la croce, potrebbe forse essere maggiormente rispettata ed elevata la dignità dell’uomo, dato che egli, trovando misericordia, è anche, in un certo senso, colui che contemporaneamente «manifesta la misericordia»?

In definitiva, Cristo non prende forse tale posizione nei riguardi dell’uomo quando dice: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi…, l’avete fatto a me»? Le parole del discorso della montagna: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia», non costituiscono in un certo senso una sintesi di tutta la Buona Novella, di tutto il «mirabile scambio» (admirabile commercium) ivi racchiuso, che è una legge semplice, forte ed insieme «dolce» dell’economia stessa della salvezza? Queste parole del discorso della montagna, facendo vedere nel punto di partenza le possibilità del «cuore umano» («essere misericordiosi»), non rivelano forse secondo la medesima prospettiva il profondo mistero di Dio: quella inscrutabile unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, in cui l’amore, contenendo la giustizia, dà l’avvio alla misericordia, che a sua volta rivela la perfezione della giustizia?

Il mistero pasquale è Cristo al vertice della rivelazione dell’inscrutabile mistero di Dio. Proprio allora si adempiono sino in fondo le parole pronunciate nel cenacolo: «Chi ha visto me, ha visto il Padre». Infatti Cristo, che il Padre «non ha risparmiato» in favore dell’uomo -e che nella sua passione e nel supplizio della croce non ha trovato misericordia umana, nella sua risurrezione ha rivelato la pienezza di quell’amore che il Padre nutre verso di lui e, in lui, verso tutti gli uomini. «Non è un Dio dei morti, ma dei viventi». Nella sua risurrezione Cristo ha rivelato il Dio dell’amore misericordioso, proprio perché ha accettato la croce come via alla risurrezione. Ed è per questo che – quando ricordiamo la croce di Cristo, la sua passione e morte – la nostra fede e la nostra speranza s’incentrano sul Risorto: su quel Cristo che «la sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato… si fermò in mezzo a loro» nel cenacolo «dove si trovavano i discepoli, …alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi, e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi». Ecco il Figlio di Dio, che nella sua risurrezione ha sperimentato in modo radicale su di sé la misericordia, cioè l’amore del Padre che è più potente della morte. Ed è anche lo stesso Cristo, Figlio di Dio, che al termine – e in certo senso già oltre il termine – della sua missione messianica, rivela se stesso come fonte inesauribile della misericordia, del medesimo amore che, nella prospettiva ulteriore della storia della salvezza nella Chiesa, deve perennemente confermarsi più potente del peccato. Il Cristo pasquale è l’incarnazione definitiva della misericordia, il suo segno vivente: storicosalvifìco ed insieme escatologico. Nel medesimo spirito, la liturgia del tempo pasquale pone sulle nostre labbra le parole del Salmo: Canterò in eterno le misericordie del Signore.

Appunto a questo amore «misericordioso», che viene manifestato soprattutto a contatto con il male morale e fisico, partecipava in modo singolare ed eccezionale il cuore di colei che fu Madre del Crocifisso e del Risorto, partecipava Maria. Ed in lei e per mezzo di lei, esso non cessa di rivelarsi nella storia della Chiesa e dell’umanità. Tale rivelazione è specialmente fruttuosa, perché si fonda, nella Madre di Dio, sul singolare tatto del suo cuore materno, sulla sua particolare sensibilità, sulla sua particolare idoneità a raggiungere tutti coloro che accettano più facilmente l’amore misericordioso da parte di una madre. Questo è uno dei grandi e vivificanti misteri del cristianesimo, tanto strettamente connesso con il mistero dell’incarnazione.

Misericordia e compassione Penthos in Dostoevskij

Parlando della misericordia e della compassione di Dio rivelate in Cristo non possiamo non accennare al Cristo russo, quello di Dostoevskij, quello della Leggenda del Grande Inquisitore del romanzo I fratelli Karamazov. Cristo tornato sulla terra nel XVI secolo si incontra a Siviglia con il grande inquisitore. Gesù è tornato nel mondo in silenzio, senza annunciarsi e il popolo infine lo riconosce, dai suoi occhi si sprigionano i raggi della Luce del Sapere e della Forza Compie il primo dei nuovi miracoli, ridona la vista ad un vecchio, resuscita una bambina. Il grande inquisitore ha visto tutto con i suoi occhi infossati in cui splende ancora una luce, come una scintilla di fuoco. Inizia la lotta degli sguardi, le guardie conducono il Cristo davanti all’inquisitore. Il processo è un monologo. Cristo tace, come tacque allora davanti a Pilato e al Sinedrio. La volontà del controllo su tutto è grande. La soppressione dell’insopportabile libertà. Non è conciliabile l’espressione della felicità con a libertà Seguono le tre tentazioni: a ciò Cristo ha detto di no. La prima domanda dell’inquisitore a Cristo. L’inquisitore non riesce a reggere lo sguardo silente di Cristo. Ecco il suo dramma: io non voglio il tuo amore perché nemmeno io ti amo. Perché sei venuto a disturbarci?L’inquisitore dopo aver taciuto, aspetta per qualche tempo che il prigioniero gli risponda. Il suo silenzio gli pesa. Il suo sguardo calmo e penetrante pure. La risposta sarà il bacio di Cristo all’inquisitore. Quel bacio gli arde nel cuore anche se il vecchio persiste nella sua idea.

Gli autori ascetici russi e gli asceti russi si dicono convinti che il volto dell’uomo in buona fede “ risplende di una luce tutta sua che tuttavia solo il credente può percepire. “Amo il tuo volto” dice uno dei fratelli Karamazov ad Alescia “il diavolo ha avuto paura di te”. E’ dunque un volto e non una dialettica che Dostoevskij oppone all’ateismo. Un volto: l’icona vivente di Cristo Gesù.

Penthos

Nella letteratura russa il tema del Penthos pentimento conversione all’amore del Padre da parte dell’uomo) viene spesso riferito al Cristo Russo umiliato e oltraggiato. Possiamo notare un aspetto letterario della descrizione artistica di questo passaggio del Cristo, e dell’atteggiamento di penitenza che produce nel cuore dell’uomo. F. Dostojevskij scrive:” Bagna la terra con le lacrime della tua gioia e ama queste tue lacrime…”. E’ interessante che Z. Krachmal’nikova commenta questo passaggio del Romanzo I fratelli Karamazov mettendo l’accento sulla conversione e la penitenza della cultura. Seguiamola nel suo discorrere: “Quando l’uomo dimentica il motivo per cui gli sono stati concessi i doni che possiede, osserva con terrore la crisi della bellezza, la bruttezza dell’uomo e del mondo: Allora comincia a lottare per la propria bellezza, contro la bruttezza dell’altro. Ogni arte richiede idee e idee. Solo allora essa rivela la bellezza dell’uomo e del mondo, il significato della vita e della morte. Solo la libertà spirituale può donare questi significati, ed essa si acquista con la fede. E con la penitenza. La penitenza è il principio della fede e la vita di fede. E’ la suprema forza creatrice, la sola capace di vincere l’orgoglio dell’intelligenza che spinge ogni artista alla meschinità del pensiero, per quanto riccamente colmato di doni da Dio. L’umiltà eleva la persona, disse Saint Exupery, esprimendo il concetto della penitenza come forza creatrice. Ma noi abbiamo paura dell’umiltà pensando che sia una schiavitù, mentre essa è per sua natura una tale vetta di libertà su cui si può salire solo dopo aver distrutto la prigione costruita dell’egoismo e dell’orgoglio dell’intelligenza”[1]. Penitenza ed umiltà ci aprono gli occhi sulla bellezza del mondo creato perché ci fanno intravedere il suo significato e le sue radici e sanno che l’umiltà di Cristo ha generato sulla Croce la Risurrezione. Che cosa significa penitenza nella cultura?

Continua la Krachmalnikova: “L’artista, per poter acquisire la libertà spirituale, deve riconoscere che la schiavitù è letale per la creatività. Per riconoscere in che cosa consiste la la schiavitù, il giogo e chi sia il tiranno, chi abbia asservito i boia e le loro vittime, bisogna innanzitutto rinunziare alle basi morali religiose o pseudoreligiose del giogo. Rinunziare non solo alla religione degli oppressori, ma anche al linguaggio della loro morale. E in questa rinunzia comprendere il senso provvidenziale del giogo. Ma questo è solo l’inizio. Rinunzia e rifiuto non possono generare la vera cultura e non possono donarle una lingua che contenga in sé le radici e i significati dell’esistenza. Solo il riconoscimento della colpevolezza per il male cui il mondo è asservito può trasmettere all’artista un pensiero vivificante. Dunque nella cultura è indispensabile la predicazione della penitenza….Penitenza nella cultura per l’artista russo significa il ritorno alla terra dei padri. E questo è possibile solo attraverso il ritorno al Padre, a Dio”.[2] Ed è molto interessante vedere come questa conversione, penitenza metta in nuova luce anche il peso e anzi il senso che il peso del giogo ha in una visione provvidenziale della storia. Infatti:” Questo è anche il principio della comprensione del senso provvidenziale del giogo, il principio della comprensione del piano che Dio ha sulla Russia. E della nostra colpevolezza davanti a Lui. Della colpevolezza dei nostri nonni e padri anche noi dobbiamo espiare, attraverso il cammino della penitenza e dell’ascesi”[3]. Continua la nostra autrice:”La terra di Russia è viva. Tutte le creature di Dio sono vive. Il respiro della nostra terra è carico di tristezza, stanchezza e inquietudine, e se davvero la amiamo dobbiamo prestare ascolto a questo respiro. Non allontanarci da essa, non considerarci più puri perché la nostra terra è buia e senza un “luogo pulito” ma considerarci peggiori di essa perché siamo pronti a considerare le sue sofferenze pur di sottrarci alle nostre sofferenze. Il riconoscimento della nostra colpevolezza ci fa ritornare a Dio il solo che può risuscitare la Russia e la sua cultura. La terra respira speranza di Risurrezione. E la cultura può vivere solo di questa speranza. Della speranza della Resurrezione dello spirito. E solo la liberazione spirituale può dare questa speranza all’artista, perché egli la possa qui comunicare agli altri. Il crollo e la delusione della speranza non possono essere il tema della vera cultura perché essi generano paura, odio e menzogna”.[4] La nostra autrice vede illustrato il suo pensiero in un episodio del Romanzo I fratelli Karamazov. “Nel Romanzo I Fratelli Karamazov di Dostojevskij c’è una strana ed enigmatica scena. Una scena illogica e sembrerebbe priva di qualsiasi giustificazione psicologica, che è legata ad un inammissibile crollo di speranza. Si tratta della morte dello starec, che Alesa riteneva santo, senza peccato, l’uomo in cui si concentravano tutti i suoi ideali, e che gli avevano dato la forza di credere e di sperare nella resurrezione. Il corpo dello starec Zozima andava in decomposizione, ancor prima della sepoltura il lezzo della decomposizione che emanava fece si che i presenti se ne accorgessero. “ Ti sei forse lasciato sviare anche tu? E’ possibile che tu sia dalla parte degli uomini di poca fede? Esclamò padre Paisij, indovinando la profonda metamorfosi avvenuta in Alesa. Ed ecco avvenire un fatto strano. Il silenzioso Alesa abbandona il suo starec, lascia il monastero. Se ne va a passi veloci senza più curarsi neanche della deferenza”.[5] E’ la ribellione della fede in Alesa. E Dostojevskij che sente l’importanza del momento, da alcuni chiarimenti sul gesto del suo personaggio. “Per lui non si trattava di miracoli, non di questo aveva sete il cuore di Alesa. Si trattava invece di una suprema giustizia che secondo lui era stata offesa. Questa è la ribellione della fede. Colui che Alesa aveva amato come un “ ideale” indiscutibile fino a dimenticare per lui tutto e tutti, invece di ricevere la gloria che gli spettava era umiliato e infamato. Perché ? Chi l’aveva giudicato ?… La ribellione cresce e si ingrossa fino a d esprimersi nelle parole dette da Ivan Karamazov: Non ? che io non accetti Dio, ma è questo mondo creato da Lui che io non accetto e non posso accettare”. Questo è il senso della giustizia tipicamente russo, che inizia con una teodicea e finisce in un ateismo e in tutto ciò che l’ateismo comporta. Se Dio esiste come può permettere…In seguito come è giusto, vengono enumerate tutte le ingiustizie di Dio. Questo banalissimo concetto è il fondamento della cultura atea, sviluppatasi inizialmente, come ho già osservato, dalla cultura cosiddetta cristiana in cui Cristo non esiste più e in cui un po’ alla volta l’umanità dell’uomo si tramuta in Umanesimo. Il concetto dell’ingiustizia di Dio si fonda innanzitutto sulla dimenticanza e sull’ignoranza di Cristo e del cristianesimo”.[6] Ma per Alesa si presenta la possibilità di una nuova resurrezione, di una nuova possibilità di speranza. “Per ridestare e far tornare la conoscenza bisogna uscire da sé stessi, abbandonare se stessi per puntare lo sguardo sull’altro. Quando Alesa dopo il gravissimo colpo inferto ai suoi ideali, alla sua fede e alle sue speranza, trova un tesoro, un’anima amante “- in chi poi ?- in una creatura caduta, in Grusen’ka, che “ lo ha risparmiato” dopo averlo guarito “ dalla viltà e dalla cattiveria”, egli “ esce da sé stesso”. I simboli di Dostojevskij sono semplici come il significato che vi è sotteso. Sono tutti volti ad esprimere un concetto fondamentale e molto semplice, la fede nella Resurrezione:” Tu in questo momento hai risollevato la mia anima”, dice Alesa a Grusen’ka. A misura della tensione di tutti i significati verso il significato più importante, la vita dell’animo di Alesa si fa sempre più semplice e al tempo stesso sempre più misteriosa ed incomprensibile. Egli torna al monastero. Spinto dalla sua anima risollevata, vittoriosa sul male e sulla viltà. L’anima assetata di superamento di se, di rinnovamento e di risurrezione, si immerge in pensieri fino ad allora sconosciuti ad Alesa. Alla bara del suo starec stanno leggendo il vangelo. Il primo miracolo del Signore. Il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino, il miracolo della trasfigurazione. Qui è l’inizio della risurrezione come trasfigurazione. “ La camera si allargò” scrive Dostojevskij. Come può apparire povera questa immagine, simbolo del mondo dilatatati dalla lettura del Vangelo, del velo squarciato che cela il senso della realtà, Cana di Galileia, la festa di nozze dove tutti sono chiamati, dove saremo se saremo degni di trasfigurazione, a bere con il Signore il vino nuovo, il vino della gioia nuova suprema dove è chiamato anche lo starec sebbene il suo corpo temporale, terreno sia sottomesso alla putrefazione, e dove è chiamato Alesa. “Ecco il nostro Signore lo vedi?” chiede lo starec ad Alesa. “ Ho paura non oso guardare…” mormorò Alesa”.[7]

Dostojevskij ci svela la profondità del reale quando durante la lettura del Vangelo la camera si allarga. Palesate nei simboli queste realtà attirano anche noi verso di esse. Sono molte infinite ciascuna ne genera un ‘altra, eppure hanno un principio e una fine, “ Io sono l’alfa e l’omega il principio e la fine”. Il contatto con i fondamenti spirituali, con i significati evangelici dà ai simboli che li esprimono un’indicibile profondità che si svela man mano che i simboli vengono compresi. In questa misteriosa storia con lo starec amato da Alesa, con Ferapont, invidioso di Zozima, con Grusen’ka, la donna caduta ed con il miracolo della Resurrezione donato ad Alesa perché aveva saputo superarsi, superare il proprio male e il proprio tradimento, si compie il miracolo dell’amore verso la terra. “ Non sapeva nemmeno lui perché abbracciasse la terra, non si rendeva conto del perché avesse tanto desiderio di baciarla, di baciarla tutta, ma la baciava piangendo, singhiozzando, la bagnava delle sue lacrime, e nella sua esaltazione giurava di amarla, di amarla sempre. “ Bagna la terra con le tue lacrime di gioia e amale , queste tue lacrime” gli riecheggiò nell’anima”. “ Egli voleva perdonare tutti e tutto, e chiedere perdono, oh, non per sé, ma per tutti e di tutto! Per me lo chiederanno gli altri, riudì dentro di sé in un eco” Il corpo dello starec è la terra. La terra che marcisce, ma sopra di essa a perdita d’occhio, si spalancava l’immensa volta celeste, piena di quiete stelle scintillanti” Alesa aveva fede in Cristo, il nostro Sole capace di risuscitare la terra in disfacimento… Ecco tutto. In questo modo il grande scrittore russo ci insegna ad amare Cristo e la propria terra. Ad amare e a chieder perdono. E il significato di questo amore è altrettanto semplice del pensiero che l’amore a Cristo e alla Russia può restituire alla Russia chiunque voglia farvi ritorno. Perfino quando dovesse venir seppellito in terra straniera. Egli vi farà ritorno spiritualmente, attraverso il suo amore, impresso nella sua arte, nella sua lingua e nei suoi simboli. La conclusione ci riporta di nuovo al Cristo umiliato e schernito, ma risorto, che all’origine di ogni conversione e di ogni penitenza, di ogni penthos: “ Perché avete così poca fede? E’ viva la nostra Russia, e la percorre come un tempo il Cristo russo, con un aspetto umile e oltraggiato…. Il luminoso pellegrino nella sua amata Vigna chiama con voce sommessa:” Maria!”. Ed ecco l’anima russa ode questo richiamo tanto desiderato, e con un grido di folle gioia cade a i piedi del suo Rabbuni. La Russia è salva”. Così scriveva negli anni più cupi il sacerdote Serghej Bulgakov, cacciato dalla Russia. Da allora l’anima russa sente sempre più distintamente la voce del suo Rabbuni. Ormai anche l’occidente resta stupito davanti al risveglio della Russia e attende ciò che darà al mondo il pensiero russo tornato a Cristo, attende la salvezza, grazie alla penitenza e alla fede, da ciò che porta alla perdizione:odio, rabbia,volgarità, menzogna, tradimento, che nascono dall’orgoglio della mente che ha disdegnato Dio”.[8]

Tutti sono responsabili di tutti

Questa espressione di Dostoevskij riflette il pensiero di numerosi autori russi ma si esprime in ciascuno in modo differente. Per Tolstoj ricco aristocratico si esprime nella sofferenza che la sua posizione privilegiata gli crea si sente colpevole e vuol farsi mužik. Dostoevskij è interessato anzi come ossessionato dal problema della sofferenza dell’innocente e del colpevole e dunque della compassione verso tutti. Bulgakov offre argomenti teologici; Cristo riscatta il mondo dal peccato come uomo universale che prende su di sé tutti i peccati del mondo, i peccati passati presenti e futuri. Questo è possibile grazie alla realtà metafisica di tutto, cioè del genere umano, in virtù della quale l’umanità è legata attraverso un pegno solidale di bene, ma anche di peccato, tutti sono responsabili non solamente di sé stessi ma di tutti per tutti. Per gli asceti questo pensiero è il fondamento della penitenza continua e della preghiera. Lo starete Silvano pregava in questi termini: “O Signore il mondo va perdendosi, ma a me, l’ultimo e il peggiore di tutti, tu apri la vita eterna, Signore, non posso essere il solo, fa che il mondo intero ti conosca”.

Il mondo e i peccatori

L’etica della compassione verso il prossimo è espressa nella ben nota massima che “tutto il paradiso non vale la pena se deve costare una sola lacrima di un innocente” (Fratelli Karamazov). Ma questo solleva un dubbio lì’umanità non è forse più di un solo uomo.

Gli intellettuali russi che leggevano Dostoevskij leggevano anche Nietsche e la sua critica della morale dei deboli. Leggevano le opere di questo profeta della morale dai larghi orizzonti che non temeva di sacrificare l’individuo agli interessi delle grandi idee e della grandezza umana.

S Frank in uno scritto della gioventù confessa di aver notato questa contraddizione che nasceva dalla coscienza russa nel contatto con questi due atteggiamenti opposti e che lui stesso ha dovuto cercare chiarezza in sé. Spiega che se si chiama la compassione l’amore del prossimo l’amore del lontano avrà per oggetto l’interesse dell’umanità come tale, il bene comune che è enormemente più elevato che l’interesse di un individuo che soffre. Il primo tipo di amore è emozionale passivo, l’altro è eroico creativo. Questa opposizione si presenta così nella realtà? Frank pensa che i principio dell’amore per l’umanità sia il principio formale l’amore del prossimo sia il suo oggetto concreto. Ora preferire l’oggetto formale all’oggetto concreto della sua applicazione significa stimare più un fantasma che la realtà, o almeno una cosa impersonale alla persona. Il che si avvera alla fine come immorale.

N. Berdjaev: Fa splendere il sole sui giusti e i peccatori, fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Ma guarda sorpresa. I pubblicani e le prostitute vi precederanno nel Regno dei cieli.

Misericordia: La vera filantropia di Dio nella tradizione orientale

Filantropia indica, insieme a diakonia, nella chiesa orientale bizantina anche, ma non solo, le opere di carità.[9] Poiché il vero filantropo è Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. (Tt 3, 4-6). Padri come Sant Atanasio amavano presentare i benefici di Dio e del suo amore per gli uomini, parlando della sua discesa accondiscendente per gli uomini in vista della loro salvezza della loro salita verso il Padre avendo in vista il contenuto dogmatico e il come della Salvezza di Cristo. Le anafore orientali invocano spesso Dio con il titolo di “Amico degli uomini” E la Chiesa è segno della filantropia e della salvezza che Dio apporta agli uomini in Gesù Cristo.

“Per il popolo russo, prima di tutte le qualità, viene la risplendente operosa misericordia, la prontezza e l’abitudine di aiutare in abbondanza il prossimo in tutto, con gioia”.[10] Haass vede la filantropia nella sua dimensione più profonda. Nell’«ABC della Vita Spirituale», scrive che l’Altissimo è amante degli uomini. E nell’«Esortazione alle donne» dice: “la misericordia è una caratteristica del cuore dell’uomo”. Poiché “il perdono cristiano è il perdono di Cristo: “non sanno quello che fanno”. In queste parole “esiste al tempo stesso una giustificazione dell’offensore e una consolazione dell’offeso… Il perdono genera l’amore. E’ davvero necessario perdonare molto perché ci sia molto amore… fare del bene a coloro che ci perseguitano (cf. Mt 5, 44)… In questo, cioè nella carità e nell’accondiscendenza verso il prossimo noi possiamo raggiungere la perfezione che ci avvicina a Dio, “perché fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra gli ingiusti e sopra i giusti” (Mt 5, 45)”. [11]

“Il Cristo «tipicamente russo» è il Cristo kenotico”.[12] La devozione a Cristo sofferente è presente anche nelle opere di Tichon di Zadonsk,.[13] La discesa di Cristo verso l’uomo per salvarlo dalla morte e dalle conseguenze del peccato è un tema teologico antico,[14] elaborato nelle sue conseguenze antropologiche dalla letteratura russa.[15] Infatti “c’è nella letteratura russa classica un elemento di continuità che la unifica segretamente, come un filo rosso. In epigrafe di questa letteratura si potrebbero scrivere queste parole del grande poeta A. S. Puškin (1799-1836, ndr) “Ho invocato misericordia per tutti coloro che sono caduti”.[16]

La discesa di Cristo ha come frutto la salita dell’uomo con Cristo al Padre, la salvezza, l’apoteosi dell’uomo e della donna. I fratelli Karamazov terminano con un Hurrà per Alescia Karamazov. E la storia di Haass, finalmente, è una storia di benedizioni. Lebedev dice che chiunque visitava la prigione tappa di Rogož si fermava a benedire Dio per la compassione dimostrata nei confronti delle persone che colà si trovavano. I detenuti benedivano Dio per i loro benefattori. Il Metropolita Filaret benedice il dottor Haass sul letto di morte. Ancora oggi la gente benedice Dio per l’avventura del santo medico di Mosca…

“Haass era attirato particolarmente dalle figure di quegli asceti cattolici che vedono la vocazione del vero cristiano non nella preoccupazione per la salvezza dell’anima solamente, ma in un vivo operare, capace di amore, tramite la parola e l’opera, il sacrificio e l’esempio, di portare sollievo al prossimo e di capirlo nel suo spirito. Spesso si trovano nelle sue lettere e persino nei documenti ufficiali cenni a Francesco d’Assisi e Francesco di Sales, aneddoti riportati dalla loro vita e parole entusiaste su di loro. La sua religiosità completamente impregnata dalla verità non permetteva, e che altro ci si poteva aspettare, al suo cuore generoso, una condanna di chi la pensava diversamente, ma svegliava in lui piuttosto una tolleranza e un rispetto benefico”.[17]

Il dottor Haas nel 1843 scriveva a Schelling:” Il concetto più semplice, la definizione più decisa, che si può dare della religione cattolica è: amore. Così intendo tutto il contenuto dell’opera senza paragoni, inestimabile, Traité de l’amour de Dieu par. st. Francois de Sales. La parola cattolicesimo quasi non appare in questa opera; da nessuna parte nemmeno una minima traccia di polemica; eppure questa opera è genuinamente cattolica da cima a fondo, perché tratta soltanto di amore, di puro amore. Dove è l’amore lì c’è il cattolicesimo. Dove non c’è l’amore lì non c’è cattolicesimo.” (Lettera a Schelling del 31 dicembre 1843, riportata integralmente sotto).

Frutti della misericordia divina

V. Solov’ev contemporaneo di F. Dostoevskij scrive: «L’uomo religioso che si unisce a Dio, principio di tutto il suo essere me che ripone nella preghiera un nuovo principio di una vita nella grazia e nello spirito non può limitarsi a questo inizio. Innalzandosi fino alla vetta di una religione pura, dopo essersi unito a Dio egli ridiscende nel mondo per entrare con le persone in un nuovo legame di ordine religioso. Il precetto di questa unione è l’amore perfetto: “ Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni e gli altri” (Gv 13,34) e si manifesta in modo visibile innanzitutto con la beneficenza e l’elemosina. La vera elemosina è una relazione puramente morale e di grazia col prossimo, come la vera preghiera stabilisce una relazione con Dio puramente morale e di grazia. Misericordia io voglio e non sacrificio” (Mt 9,13, cf Os 6,6). Queste parole del profeta, confermate da Cristo, segnano un punto di svolta nella concezione religiosa. Vale a dire io non voglio che voi mi date ma ciò che io vi do (cioè la misericordia). Quando il cristiano dice sia fatta la tua volontà assume implicitamente per il suo operare le parole divine: misericordia voglio e non sacrificio: cioè voglio non prendere al prossimo ma dare a lui, non vivere a spese altrui, ma che un altro viva a spese mie. E, nella forza dell’unione della volontà umana con quella divina l’espressione dell’onniclemente volontà divina diviene legge della volontà umana: misericordia voglio e non sacrificio… Se Dio può accettare ils sacrificio spirituale della volontà umana, non è mai per il sacrificio stesso, Né per assorbire questa volontà con la sua e farne un portatore libero della sua grazia e bontà. Ma l’uomo unito moralmente a Dio deve comportarsi con gli uomini alla maniera di Dio; egli si comporta con gli altri come Dio si comporta con lui… in questo senso il principio di beneficenza o elemosina è un principio superiore della vita sociale L’altrui non è più il mio limite ma l’oggetto della mia attività. E questo è perfettamente giusto. Secondo la giustizia io sono direttamente obbligato a fare deòl bene agli altri quanto ne voglio per me stesso. Ma per me io voglio ( e lo faccio nella misura del possibile) tutto i bene senza fine. E così io devo fare qualsiasi bene a ciascuno del mio prossimo, dare a ciascuno tutto ciò che posso e di cui egli ha bisogno. In questo modo l’idea della giustizia ci porta al precetto della misericordiache supera la giustizia ordinaria. Gratuitamente avete ricevuto gratuitamente date. Dare a colui che chiede, senza interrogarlo se ha diritto a ricevere qualcosa significa agire secondo Dio, perché la forza divina quando viene in nostro aiuto e ci salva non chiede se abbiamo diritto all’aiuto e alla salvezza. Come Dio si comporta riguardo alla nostra preghiera così dobbiamo comportarci riguardo alla richiesta di colui che ha bisogno: la vera elemosina è rendere gli altri partecipi di quella grazia che noi stessi otteniamo da Dio nella vera preghiera. Considerata insieme a a questo senso religioso, l’elemosina , è , come si è visto, un principio superiore della vita sociale. ….L’elemosina si attua certo presso i i bramini e i buddisti, gli ebrei e i mussulmani. Ma questo principio ha trovato la sua espressione perfetta e la sua santificazione nel cristianesimo nel cristianesimo, dove la stessa forza assoluta e la stessa ricchezza assoluta ( la pienezza della bontà) cioè Dio si è offerto esi offre continuamente in sacrificio alla nostra infermità ed indigenza, nutrendoci con il suo corpo e sangue. Qui si manifesta la carità assoluta e insieme l’assoluto sacrificio. In greco Eucaristia significa benevolenza o azione di grazie)…. Ma ci sono anche i nemici della carità – dice Solov’ev – gli adepti assoluti della libertà economica, gli altri i loro avversarri i socialisti… I primi respingono la beneficenza perché non vogliono condividere niente di proprio. Gli altri perché vogliono prendere quello che è di altri. Fanno eccezione queipoch socialisti che essendo ricchi per conto proprio, cercano di arricchire i poveri. La loro tendenza è disinteressata, ma essi devono ricordare che , non appena soltanto suggeriscono tale aspirazione alle masse che non possiedono nulla (ciò che fa direttamente parte del loro programma) questa cessa subito di essere disinteressata affinché una rivoluzione sociale soddisfi la giustizia e diventi un successo morale della società, dev’essere disinteressata e venire dall’alto, non dall’esigenza di diritti immaginari, ma come compimento di doveri reali Da a colui che ti chiede e non respingere colui che vuole un prestito da te…L’elemosina vera- che non è solo per amore del prossimo, ma anche per amore di Dio- è la propagazione della grazia divina e non può condurre al male… L’ordine morale è basato sulla vicendevole solidarietà o unità d’animo e l’espressione prima e più semplice di tale ordine morale è l’aiuto gratuito la beneficenza disinteressata o semplicemente l’elemosina». (V. Solov’ev, I principi spirituali della vita, LIPA, 57-65)..

L’ebbrezza dell’amore per Dio (Isacco di Ninive)

«Talvolta quando la preghiera è ancora solo in parte presente, l’intelletto, come uno schiavo strappato a se stesso verso il cielo e le lacrime, scorrendo spontaneamente come fontane d’acqua, rigano il viso. In questoi momenti l’uomo è tranquillo e silenzioso e il suo intimo è pieno di una visione sorprendente. Spesso non riesce più assolutamente a pregare. Si tratta in verità di quella cessazione della preghiera che è al di là della preghiera. Essa consiste nell’essere continuamente colti da stupore davanti a tutta la creazione divina. Come quelli che hanno perso la testa per aver bevuto troppo vino: è questo il vino che allieta il cuore dell’uomo (Sal 104,15). Beato chi entrato da questa porta e ne ha fatto lui stesso esperienza, giacché tutta la potenza dell’inchiostro, delle lettere e delle frasi è troppo poca cosa per esprimere la dolcezza di u tale mistero» (Isacco di Ninive, Centurie della conoscenza, II, 35,1, 6).

«Giacché cosa significa “ mangiare e bere alla mensa del mio Regno (Lc 22,30) se nnon che noi mangeremo l’amore? L’amore basta a nutrire al posto del ciboe delle bevande. E’ questo il vino che allieta il cuore dell’uiomo (Sal 104, 15) Beato colui che beve di questo vino! Ne hanno bevuto i dissoluti e sono stati confusi i peccatori ed hano abbandonato la strada sulla quale si erano impantanati, gli ubriaconi ne hanno bevuto e sono diovenati manti del digiuno… i poveri ne hanno bevuto e sono diventati ricchi di speranza; i malati ne hanno bevuto e sono stati guariti: gli ignoranti ne hanno bevuto e sono diventati sapienti»(I, 46)

L’amore nasce dalla conoscenza e la conoscenza nasce dalla salute spirituale

Domanda: Che cosa è la conoscenza?

Risposta: La percezione della vita immortale

Domada: Che cosa è questa vita immortale?

Risposta: L’esperienza di Dio. Giacché l’amore viene dalla conoscenza e la conoscenza di Dio è la regina di tutti i desideri; al cuore di colui che l’ha ricevuta ogni altra dolcezza della terra sembra insignificante. Nulla infatti è paragonabile alla dolcezza dell’amore di Dio” (I, 62)

La bellezza della misericordia

Bellezza in V. Solov’ev

Bellezza Icona : sguardo Smotrenje

La missione dossologica bella della Misericordia del Padre rivelata nel Figlio (Ad majorem Dei Gloriam). La missione dossologica delle opere di misericordia

Il perdono e l’amore ai nemici

Durante il regno degli imperatori Valerio e Gallo di Antiochia, vivevano il sacerdote Cipriano e il laico Niceforo. Fra di loro c’era una lunga e forte amicizia cosi che la gente li considerava come fratelli di sangue, ma nonostante ciò, e non si sa perché, litigarono e come al solito questa amicizia divenne un’ inimicizia ancora più grande ed odiosa. Passato un pò di tempo Niceforo riconobbe la sua colpa e provò tre volte a riappacificarsi con Cipriano. Lui chiedeva perdono attraverso l’uno o l’altro dei comuni amici; ma Cipriano restava sordo a tutte le richieste ed esortazioni e con la stessa forza con cui Cipriano orgogliosamente rifiutava la rappacificazione così teneramente gliela chiedeva Niceforo tanto che alla fine pensò che se Cipriano lo avesse visto disteso ai suoi piedi chiedendogli perdono, sarebbe stato maggiormente toccato. Dunque trovato Cipriano e, gettandosi ai suoi piedi, coraggiosamente lo supplicò: “Padre mio, perdonami per Cristo”. Ma anche questo atto di umiltà si scontrò con lo stesso orgoglio e con lo stesso disprezzo delle richieste precedenti. In quel tempo si cominciò a perseguitare i cristiani e insieme agli altri fu preso e tormentato con mille sofferenze anche Cipriano che continuava a confessare la sua fede; lo torturarono terribilmente con strumenti a forma di torchio ma lui mantenne la sua fermezza e perciò lo sdegnato governatore di Antiochia lo condannò a morte. Quando lo prelevarono dalla prigione per condurlo all’esecuzione, dove doveva ricevere la corona di martire, Niceforo gli corse incontro e cadendo davanti a lui lo supplicò ad alta voce: “Oh martire di Cristo perdonami perché io ti ho offeso”. Ma Cipriano non lo degnò della sua attenzione. Ma il povero Niceforo provò a raggiungerlo per un’altra strada e di nuovo gettandosi davanti lui gli chiedeva di perdonarlo dicendo: “Oh martire di Cristo, perdonami l’offesa che ti ho fatto, perché io, come qualunque altra persona, posso cadere nei peccati, invece a te spetta la corona, preparata da Cristo a cui non hai rinunciato confessando il suo nome davanti a tanti testimoni”. Ma Cipriano persistendo nella sua durezza non gli rispose niente; nello stesso tempo gli aguzzini rimanevano sorpresi dalla tenacia di Niceforo e gli dicevano: “Non abbiamo mai visto uno stupido più grande di te: stanno portando quest’uomo alla morte e a che cosa ti serve il suo perdono?” Niceforo rispose loro: «Voi non sapete che cosa io chiedo da questo uomo, che confessa Cristo, ma Dio lo sa».

Quando Cipriano giunse sul luogo dell’esecuzione, Niceforo di nuovo gli si gettò davanti a lui dicendo: “Ti supplico martire di Cristo, perdonami così come nella Scrittura si dice «chiedete e vi sarà dato»”. Ma queste parole non ammorbidirono il cuore orgoglioso e cattivo di Cipriano, il quale tenacemente rifiutava di perdonare il prossimo e, per questo, il giusto giudizio divino lo privò della gloriosa palma del martirio. Quando gli aguzzini si prepararono a decapitarlo, gli ordinarono di mettersi in ginocchio e in quel momento il vigore dello spirito lo abbandonò e cominciò a chiedere loro di aver pietà e dicendo infine in modo ripugnante e vergognoso: “Vi supplico, non tagliatemi la testa, sono pronto a fare la volontà degli imperatori e a fare sacrifici in onore degli dei”. Avendo udito questo, il povero Niceforo esclamò: “Fratello mio, ti supplico, non trasgredire la legge e non rinunciare a Cristo; non ritirarti da Lui e non perdere la corona celeste che hai acquistato a prezzo di grande sforzo e sofferenza!” Ma, ahimé, questo misero sacerdote, avvicinandosi all’altare del martirio per consacrare la sua vita al Dio eterno, dimenticò le parole che ha detto il Grande Martire: “Se dunque stai per deporre sull’ altare la tua offerta e là ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa a tuo carico, lascia la tua offerta davanti all’ altare e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello; dopo verrai ad offrire il tuo dono”. E Dio rinunciò alla sua offerta, gli tolse la sua misericordia, e permise che non soltanto rimanesse senza l’eterna beatitudine del martirio ma che cadesse anche nella disgrazia dell’ idolatria, mentre il timido e mite Niceforo, avendo visto che la corona che prima era stata destinata a Cipriano rimaneva libera, in un impeto d’entusiasmo coraggiosamente si avvicinò per riceverla, dicendo alla guardia e ai boia: “Amici sono un cristiano, e credo veramente in Cristo, che è stato rinnegato da quest’ uomo; mettetemi, per favore, al suo posto e tagliatemi la testa”. La guardia si sorprese e comunicò la cosa al governatore che ordinò di liberare Cipriano e di decapitare invece Niceforo: ciò successe il 9 febbraio 260 d. C., come ci raccontano Metafrasto e Ciro. Questa terribile storia deve essere seriamente valutata, considerando la questione che ci interessa. Avete visto come questo impavido Cipriano coraggiosamente e ardentemente rispettasse la legge, patì mille torture e con forza confessò Cristo quando lo misero sotto torchio, e con quale prontezza si avvicinò al luogo dell’esecuzione per raggiungere il più alto grado della legge divina preferendo la gloria di Dio alla vita. Nonostante ciò considerò come volontà di Dio il suo violento orgoglio nei confronti di Niceforo, ed egli all’improvviso si fermò e nel momento in cui la gloria di martire era cosi vicina, tristemente perde il coraggio e inchinò il capo abbandonandosi all’idololatria.

I poveri e l’elemosina

Il Lebedev nella Biografia di Haass, più avanti riportata, darà di loro e del loro lavoro una bellissima descrizione dicendo che “c’è a Mosca un’ istituzione che invita chiunque la conosca a fermarsi per benedire Dio davanti alla misericordia degli abitanti della nostra capitale verso la sorte dei miseri e di fronte alla disponibilità ad alleviare ogni disgrazia e a guarire ogni dolore, e parlo della casa della tappa di Rogož… Il tetto è colorato di nuovo, all’interno sulle lettiere si trovano materassi puliti e cuscini e questo è opera dello zelante tutore della casa di tappa, lo ieromonaco del monastero del Pokrov, padre Varsonofij. Già da circa cinque anni si dedica al servizio dei miseri… E i deportati “in silenzio e facendo un inchino, ricevono ognuno l’elemosina e di tanto in tanto il capo gruppo della squadra dice: “ringraziate fratelli i benefattori” allora risuonano con voce unanime le parole: “vi salvi e perdoni il Signore Dio per la vostra beneficenza”.

Sulla traccia dei Padri della Chiesa i moralisti continuano a predicare la necessità dell’elemosina agli indigenti. La credenza che ogni mendicante rappresenti Cristo era molto viva in Russia. Rifiutare di fare un elemosina ad un povero era considerato un peccato grave. Colui che ha cacciato dalla propria casa un povero deve per 30 giorni mangiare a secco.

Nell’istruzione di Popov c’è scritto che il vero ortodosso, quando fa l’elemosina ad un povero fa il Segno di Croce e pronuncia queste parole: Ricevi per amore di Cristo. Seguono nello stesso libro abbondanti descrizioni su come praticare questa virtù. Pietro Moghila dice nella sua confessione: I ricchi non sono esclusi dalla vita eterna a condizione che impieghino la loro fortuna per le opere di pietà e per soccorrere i poveri, i pellegrini, i malati e gli altri. Si ha il dovere di disporre della propria fortuna non come proprietari ma come distributori.

Che significato potrà avere questa comunione di una personalità coll’altra nel futuro destino delle anime?

Fëdor Michailovič Dostoevskij ha presentato Haass nel suo romanzo L’Idiota nella persona del “vecchio”, del “generale”.[18] Leggiamo questo passo del famoso romanzo: «L’organizzazione della carità sociale e la questione della libertà personale sono due questioni diverse, di cui l’una non esclude l’altra. La singola opera pia rimarrà sempre, perché è una necessità personale, la viva necessità di un’influenza diretta di una personalità sull’altra. A Mosca, abitava un vecchio signore, un Generale, cioè un consigliere effettivo di Stato, con un nome tedesco; per tutta la sua vita continuò a visitare la carceri e le prigioni; ogni squadrone di condannati recantesi in Siberia sapeva anticipatamente che fuori Mosca, sui monti Vorob’ev (dei passeri), avrebbe ricevuto la visita del vecchio generale. Egli compiva la sua missione con la massima serietà e la massima pietà; arrivava, passava lungo le file dei condannati che lo circondavano si fermava davanti a ciascuno e a ognuno chiedeva dei suoi bisogni; non faceva ammonimenti e dava a tutto l’appellattivo di ‘caro mio’. Regalava denaro, mandava loro la roba necessaria: pezze da piedi, fasce, tagli di tela, portava libri morali e Bibbie e li distribuiva tra coloro che sapevano leggere, nella persuasione che questi li avrebbero letti anche agli altri ad alta voce durante il viaggio. Raramente chiedeva particolari sul delitto commesso, a meno che il delinquente cominciasse egli stesso a parlarne. Tutti i condannati erano uguali per lui; non faceva distinzioni di sorta. Parlava loro come a fratelli, ma, a loro volta, finivano anch’essi col trattarlo da padre. Notando tra i deportati qualche donna con la sua creatura in braccio, egli si avvicinava, accarezzava il bimbo, faceva schioccare le dita perché sorridesse. Così fece sempre, ogni anno, fino alla morte. Mi diceva uno, che era stato personalmente in Siberia, d’essere stato testimone di come i più terribili delinquenti, ricordavano il generale, sebbene, visitando i deportati, il generale, non potesse che di rado regalare più di venti kopeike[19] ad ogni singola persona. Vero è che quella gente non parlava di lui in termini troppo calorosi e neppure in tono molto serio, no, ma talvolta, qualcuno di quei ‘disgraziati’, che aveva forse ucciso una dozzina di persone adulte o assassinato sei bambini unicamente per il piacere di ammazzare (dicono che ci siano anche individui simili), senza una ragione palese, forse una sola volta durante tutti i suoi anni di condanna, sospirava improvvisamente e diceva: “Chissà se il nostro vecchio generale vive ancora?”. Così dicendo magari abbozzava anche un sorriso ed era tutto. Ma come saper qual seme avesse gettato nell’animo di quel delinquente il ‘vecchio generale’? Come sapere (…) che significato potrà avere questa comunione di una personalità coll’altra nel futuro destino delle anime?”[20]

Come Nostro Signore fece visita ad un contadino

Racconto di N. S. Leskov [21]

Questa è una storia vera, in cui si racconta come nel giorno del Natale di Cristo, il Signore stesso venne ospite a casa di un contadino della Siberia. Io l’ho saputo da un vecchio siberiano che ha partecipato di persona a questo avvenimento. Ciò che lui mi ha raccontato lo racconto a voi con le sue stesse parole:

“La nostra regione era una colonia di esiliati in Siberia a causa di qualche delitto non tanto grande da meritare la morte, ma abbastanza grande da meritare l’esilio nella lontana Siberia, dove si riceveva un pezzo di terra da coltivare. Per il resto si era liberi, solamente non si poteva lasciare la Siberia. Avevamo il sufficiente per poter vivere e anche adesso non siamo poveri. Noi restavamo fedeli alla nostra semplice fede russa. Mio padre aveva letto molti libri e anch’io cominciai a leggere libri. Un uomo che amava il sapere era subito un grande amico per me. Ed ecco che il Signore mi donò per mia gioia un amico: Timofej Ossipovič di cui vi voglio raccontare come gli successe un miracolo.

Timofej Ossipovič venne ad abitare nel mio vicinato da giovane. Aveva circa venti anni mentre io ne avevo allora diciotto. Perché sia stato esiliato, da noi, non si usa domandare. Si diceva che Timofej fosse orfano di genitori e il suo tutore si fosse appropriato dell’eredità. Di solito Timofej era chiuso e si vedeva che non era contento. Poté portare con sé in Siberia la decima parte dell’eredità, ma questo bastava per vivere decentemente. Si fece una casa vicino alla nostra e così avevo la possibilità di visitarlo. Leggeva molti libri, spesso insieme a me, ma erano i libri religiosi che preferiva.

Parlando così con Timofej, ho saputo che il suo tutore, un lontano zio, aveva maltrattato i suoi genitori a tal punto che erano morti prematuramente. Inoltre lo derubò dei suoi averi e sebbene fosse anziano, si era innamorato della ragazza che Timofej amava fin da bambino e che voleva sposare. Lui litigava spesso con il suo tutore e una volta durante una lite gli si scagliò contro e lo colpì col coltello, ma lo ferì soltanto al palmo di una mano. Il tutore citò in processo Timofej e questi fu condannato all’esilio in Siberia. Ecco perché Timofej non riusciva a perdonare il suo tutore.

Per fortuna Timofej si innamorò di mia sorella e la sposò. Per Timofej cominciò una vita nuova, divenne più sereno. In dieci anni diventò un uomo quasi ricco: si costruì una nuova casa con belle camere. Non gli mancava niente ed era da tutti stimato e benvoluto. Un giorno gli domandai: “Fratel Timoša, adesso sei contento?” “In che senso?” mi chiese. “Così” – dissi io – “stai bene e sei felice? Forse hai dimenticato le ingiustizie passate…” Lui divenne pallido ma tacque. “Tu – dissi io – insorgi contro te stesso. Se continui a pensare al male che ti è stato fatto, esso rimarrà vivo in te. Lascialo morire, allora anche la tua anima comincerà a vivere nella pace”. Timofej mi ascoltava in silenzio, ma mi stringeva forte la mano.

Passarono altri sei anni. Io lo guardavo e vedevo che soffriva sempre. Nel mio cuore mi consolavo perché mi sembrava che qualche cosa in lui si sarebbe cambiato. Mi sembrava che il Signore volesse salvare il mio amico dal rancore. E questo infatti si verificò e in maniera del tutto miracolosa.

In quel tempo Timofej abitava vicino a noi già da sedici anni da quando si era sposato. Doveva avere quindi circa 37 anni, aveva tre bambini e una vita bella. Lui amava molto i fiori – le rose – e ne aveva molte sul davanzale delle finestre. Tutto lo spiazzo davanti alla casa era pieno di rose e grazie ad esse tutta la casa era profumata.

Ora Timofej aveva un abitudine: regolarmente appena il sole volgeva al tramonto, usciva di casa, dava una leggera pulita alle piante e si metteva seduto su una panchina e leggeva un libro e spesso pregava.

Un giorno dunque, prese con sè il Vangelo. Dopo aver controllato i fiori si mise seduto e si mise a leggere. Ed ecco che lesse come Cristo Signore venne da un fariseo, si mise a tavola e non gli venne data dell’acqua per lavarsi i piedi. Timofej soffriva per il fatto che un ospite tanto eccelso fosse trattato così male. L’offesa recata al Signore gli sembrò insopportabile. Gli veniva da piangere al pensiero che quel ricco fariseo trattasse in questo modo un ospite così santo. E guarda, in quel momento ebbe inizio il miracolo che Timofej mi raccontò: “Mi guardo intorno e penso: come io vivo bene. Ho tutto in abbondanza, ma il mio Signore camminava in tale grande povertà e umiltà. Intorno a me tante rose, e anche le mie lacrime sembravano avere il colore delle rose. In questo stato non so se sveglio o senza coscienza gridai: “Signore, se tu venissi da me io ti darei me stesso!” Ad un tratto da qualche parte attraverso il roseto venne come un leggero venticello la risposta: «Io verrò».

Timofej venne di corsa da me tutto tremante e domandò: “Cosa ti sembra? Può davvero il Signore venire da me come ospite?”

Risposi: “Questo, fratello, supera la mia conoscenza. Non c’è niente a riguardo nella Sacra Scrittura?”

Timofej disse: “E’ sempre lo stesso Cristo, oggi e in eterno. Io non oso dubitare”.

“Allora – dissi io – credilo”.

Visita di Cristo Signore

Timofej chiese alla moglie di preparare sempre, a tavola, un posto in più. Loro erano cinque: lui, la moglie e tre bambini. Il sesto posto in fondo alla tavola, era il posto per l’ospite più illustre che doveva venire. Con una poltrona. La moglie era curiosa. Chi era quell’ospite? Ma Timofej diceva a lei ed agli altri che si trattava di un voto verso l’ospite più eccelso. A chi pensava lo sapevamo soltanto lui ed io.

Timofej pensava che sarebbe venuto in quei giorni, oppure di domenica. Ma non venne. Tuttavia quel posto restava sempre preparato.

E così arrivò Natale. “Caro fratello – mi disse – domani aspetto il Signore”.

Non davo più peso a questi discorsi e domandai soltanto: “Cosa ti dà la certezza che sarà domani?”.

“Questa volta” – rispose – appena fatta la preghiera Vieni Signore, l’anima mia si è commossa tutta ed ho sentito la risposta come fosse una tromba potente: “Si verrò presto!” Domani è la sua Santa Festa. Non vorrà venire da me domani? Vieni anche tu da me con tutti i tuoi parenti, affinché io non sia solo”.

“Io verrò con i miei – dissi – ma tu forse faresti bene ad invitare non i tuoi amici ma gente che piacerà al Signore”. “Capisco – rispose lui – “manderò subito i miei servi e mio figlio che vadano in tutto il villaggio e portino qua tutti gli esiliati che non sono riusciti a trovare un lavoro con cui vivere e sono poveri”.

Il giorno di Natale andammo da Timofej e vennero in molti. Le sale erano preparate. Grandi tavoli coperti di lino sui quali vi era un’abbondanza di cibi e bevande. Ormai erano arrivati tutti, ma mancava un ospite e mancava il più importante. Fuori era buio e la casa all’interno era illuminata solamente dalle candele davanti alle icone. Timofej camminava qua e là tutto agitato. Fuori infuriava una tempesta di neve.

Passò ancora un minuto e Timofej mi guardò tristemente e disse: “Ecco caro fratello, o è volontà di Dio che io mi renda ridicolo davanti a tutti, o io non ho capito tutto ciò che dovevo capire. Sia fatta la volontà di Dio. Prendiamo e mettiamoci a tavola”.

Io dissi: “Allora si comincia con la preghiera”.

Timofej si mise davanti alle icone e disse ad alta voce il Padre Nostro, poi cantò il Tropario di Natale: La tua nascita, Cristo Dio nostro, irradiò sul mondo la luce della mente: in questa luce gli adoratori delle stelle hanno imparato ad adorare Te, sole di giustizia e conoscere Te che vieni dall’Alto. Signore, gloria a Te.

Ecco che non appena ebbe finito il canto, da qualche parte si abbatté sulla casa un terribile colpo, si sentì un enorme rumore e con grande violenza si spalancò la porta. Molti dei presenti terrificati cercarono di nascondersi negli angoli della stanza, altri si gettarono a terra. Solamente alcuni coraggiosi rimasero in piedi e guardavano verso la porta.

E alla porta, appoggiato allo stipite, stava un uomo vecchissimo, vestito di cenci, tremante. Alle spalle del vecchio una mano bianca come neve tendeva una lampada la cui fiamma stava immobile, nonostante la grande tempesta che infuriava. Alla luce di quella lampada nel palmo della mano del vecchio brillava una cicatrice. Appena Timofej lo vide gridò: “Signore, io lo vedo e lo accolgo nel tuo nome, ma tu non entrare da me perché io sono un uomo cattivo e peccatore”. E si gettò a terra per adorare il Signore. Con lui caddi anch’io pieno di gioia e gridai: “ Christos posrede nas – Cristo è in mezzo a noi”. Tutti risposero : “Jest’ i budet – Lo è e lo sarà”.

Ora portarono delle lampade. Timofej ed io ci alzammo. La mano bianca scomparve. Solo il vecchio era rimasto. Timofej si alzò, lo prese per le mani e lo portò al posto d’onore. Il tutore di Timofej raccontò che non aveva avuto fortuna. La moglie gli era morta molto presto e lui aveva perso tutto quello che aveva. Poi si era messo in viaggio alla ricerca del nipote per chiedergli perdono. Era mosso da una sorta di ansia di trovarlo, benché temesse la sua ira. Dopo un lungo cercare incappò in questa bufera di neve. “Non riuscivo a vedere più niente – disse – e già pensavo di dover morire di freddo, quando da qualche parte sbucò uno sconosciuto con la lampada e mi condusse qui, dicendomi: “ Entra e riscaldati al mio posto, mangia dal mio piatto. Così sono venuto qua e non so da dove”.

Ma Timofej rispose: “Io, tutore, conosco il tuo accompagnatore: è il Signore che mi ha detto: “Se il tuo nemico ha fame dagli da mangiare: se ha sete dagli dell’acqua da bere”. Siediti al posto d’onore e resta nella mia casa quanto il tuo cuore desidera, fino alla fine dei tuoi giorni”.

Da allora il vecchio Tutore rimase nella casa di Timofej e morendo lo benedisse. Timofej trovò per sempre la pace del suo cuore.

“L’uomo giunge all’amore misericordioso di Dio, alla sua misericordia, in quanto egli stesso interiormente si trasforma nello spirito di tale amore verso il prossimo. Questo processo autenticamente evangelico non è soltanto una svolta spirituale realizzata una volta per sempre, ma è tutto uno stile di vita, una caratteristica essenziale e continua della vocazione cristiana.

Esso consiste nella costante scoperta e nella perseverante attuazione dell’amore come forza unificante ed insieme elevante nonostante tutte le difficoltà di natura psicologica e sociale; si tratta infatti di un amore misericordioso, che per sua essenza è amore creatore.

L’amore misericordioso, nei rapporti reciproci tra gli uomini, non è mai un atto o un processo unilaterale. Perfino nei casi in cui tutto sembrerebbe indicare che soltanto una parte sia quella che dona e offre, e l’altra quella che riceve e prende (ad esempio, nel caso del medico che cura, del maestro che insegna, dei genitori che mantengono ed educano i figli, del benefattore che soccorre i bisognosi), in verità tuttavia, anche colui che dona viene sempre beneficato (…) La via che Cristo ci ha manifestato nel Discorso della montagna con la beatitudine dei misericordiosi, è molto più ricca di ciò che possiamo avvertire nei comuni giudizi umani sul tema della misericordia. Tali giudizi ritengono la misericordia come un atto e un processo unilaterale, che presuppone e mantiene le distanze tra colui che usa misericordia e colui che ne viene gratificato, tra chi fa il bene e chi lo riceve. Di qui deriva la pretesa di liberare i rapporti interumani e sociali dalla misericordia e di basarli solamente sulla giustizia. Tuttavia tali giudizi sulla misericordia non avvertono quel fondamentale legame tra la misericordia e la giustizia, del quale parla tutta la tradizione biblica e soprattutto la missione messianica di Gesù Cristo.

L’autentica misericordia è, per così dire, la fonte più profonda della giustizia (…) l’amore e la misericordia fanno sì che gli uomini si incontrino tra loro in quel valore che è l’uomo stesso, con la dignità che gli è propria.

L’«eguaglianza» degli uomini mediante l’amore «paziente e benigno» non cancella le differenze: colui che dona diventa più generoso, quando si sente contemporaneamente gratificato da colui che accoglie il suo dono; viceversa, colui che sa ricevere il dono con la consapevolezza che anch’egli, accogliendolo fa del bene, serve da parte sua alla grande causa della dignità della persona, e ciò contribuisce a unire gli uomini tra di loro in modo più profondo. Così dunque, la misericordia diviene elemento indispensabile per plasmare i mutui rapporti tra gli uomini, nello spirito del più profondo rispetto di ciò che è umano e della reciproca fratellanza (…) Ricordiamo, inoltre, che l’amore misericordioso indica anche quella cordiale tenerezza e sensibilità di cui tanto eloquentemente ci parla la parabola del figliol prodigo”

(Giovanni Paolo II, Dives in misericordia n. 14).

Note

[1] Z. Krachmal’nikova, La crisi della Bellezza. Nota sulla cultura russa contemporanea, Russia Cristiana, 5 (185), 1982, 55.

[2] Z. Krachmal’nikova, La crisi della Bellezza. Nota sulla cultura russa contemporanea, Russia Cristiana, 5 (185), 1982, 55.

[3] Z. Krachmal’nikova, La crisi della Bellezza. Nota sulla cultura russa contemporanea, Russia Cristiana, 5 (185), 1982, 55.

[4] Z. Krachmal’nikova, La crisi della Bellezza. Nota sulla cultura russa contemporanea, Russia Cristiana, 5 (185), 1982, 56.

[5] Z. Krachmal’nikova, La crisi della Bellezza. Nota sulla cultura russa contemporanea, Russia Cristiana, 5 (185), 1982, 56.

[6] Z. Krachmal’nikova, La crisi della Bellezza. Nota sulla cultura russa contemporanea, Russia Cristiana, 5 (185), 1982, 57.

[7] Z. Krachmal’nikova, La crisi della Bellezza. Nota sulla cultura russa contemporanea, Russia Cristiana, 5 (185), 1982, 57.

[8] Z. Krachmal’nikova, La crisi della Bellezza. Nota sulla cultura russa contemporanea, Russia Cristiana, 5 (185), 1982, 58.

[9]In Russia, nello stesso periodo, la jurodivyja (folle di Cristo) Domna Karpovna visse anch’essa verso la metà del secolo XIX in esilio a Tomsk in Siberia. Dai racconti, si vede che è una che, oltre a pregare spesso e profondamente, quando riceve il pane e altri alimenti li distribuisce in continuazione ai poveri. La troviamo anche con i prigionieri in Siberia. ”Mentre camminava per le strade, la piccola Domna intonava ad alta voce dei cantici spirituali, sicché spesso la polizia la arrestava e la metteva in guardina. Questo costituiva per i prigionieri un avvenimento desiderato e gradito. I mercanti grandi e piccoli di Tomsk, avutane notizia, le mandavano in grande quantità focacce, panini, galette, thè, zucchero. Lei regalava tutto ciò ai prigionieri, e quando usciva di prigione, i suoi compagni in tutta semplicità, le auguravano, salutandola, di ritornare in prigione il più presto possibile” (T. špidlik, I grandi mistici russi, Città Nuova, 1987, 156). Nel XIX secolo ci sono alcune altre figure di donne come quella di Margarita Tučkova (1781-1852) fondatrice di un monastero a Borodino, di cui una delle caratteristiche più evidenti era la sua carità verso i più sfortunati e i più poveri. Era conosciuta per la sua compassione soprattutto verso coloro che soffrono (Cf. B. Meehan, Holy Women in Russia. The lives of Five Orthodox Women Offer Spiritual Guidance for Today, New York, 1997, 31). La storia di Naumova Popova (1769-1851) è primariamente una storia di carità e di compassione come quella di Margarita Tučkova: la sua comunità di monache aveva scelto come servizio lo scopo di prendersi cura anche dei poveri pellegrini che venivano a Zadonsk, per venerare le reliquie di San Tichon, e viene privilegiata dell’attenzione del Metropolita Filaret nel 1851. Nella sua lettera del 1851 all’Ober Prokuror del Sinodo parla della Comunità delle monache di carità di San Tichon” (Cf. B. Meehan, Holy Women in Russia, 66,) in un certo senso simili per intenti a quelle che nascevano in occidente, in effetti, la prima comunità di monache di carità erano fondate nel 1844 su iniziativa della Gran Duchessa Alexandra Nikolaevna e dalla Principessa Teresa d’Oldenburg ed avevano lo scopo della cura dei malati, dei bambini abbandonati, e delle donne in difficoltà. (Cf Ibid. )

E Giovanni di Kronstadt (1829-1908), un mistico nel mondo, con la sua opera di assistenza che scaturirà da una spiritualità profonda e da una liturgia quotidianamente vissuta, di cui troviamo testimonianza luminosa ne La mia vita in Cristo. (Ivan di Cronstadt, La mia vita in Cristo, Semi di preghiera e di pace, Torino 1981). Infatti “è da tutta questa vita di preghiera e di unione a Cristo che nasce e scaturisce l’opera caritativa e diaconale di padre Giovanni” (Alla Selawry, Jean de Cronstadt. Mediateur entre Dieu et les Hommes, Cerf, 2001, 27). Giovanni di Kronstadt con la sua Fraternità di Sant Andrea, riuscirà dal 1882 a mettere in piedi una casa di accoglienza per i senza tetto ma non solo; nella Casa del lavoro c’era un atelier di lavorazione del legno, un atelier di cucito, una scuola primaria gratuita per 300 allievi dove ai ragazzi si insegnava la ginnastica militare, c’erano corsi di artigianato, un atelier per riparare e confezionare scarpe, un foyer diurno che accoglieva 80 bambini, un asilo di bambini, e 80 bambini in un orfanotrofio, inoltre si teneva la scuola domenicale di circa 170 persone, corsi serali di perfezionamento per diverse discipline, la biblioteca per tutti, scolari, operai del porto, marinai, soldati commercianti, cocchieri, e domestici, dove si potevano prendere libri in prestito. Una libreria della fraternità aveva per scopo la diffusione delle opere morali e religiose. Inoltre c’era una stamperia della fraternità di Sant’Andrea, un dispensario ambulante gratuito e un mercato popolare dove si poteva ricevere il pasto gratuito, un orto, e nel 1888 viene costruito un Asilo per la notte con 110 posti e la Casa dell’aiuto sociale Sant’Andrea che comprendeva numerosi appartamenti messi gratuitamente a disposizione dei poveri assieme alla Casa Padre Giovanni costruita nel 1891. L’utilità della Casa di lavoro è incontestata. Essa fa scuola: poco a poco vengono prese altre simili iniziative a Pietroburgo e a Mosca e in altre città. (Cf. Alla Selawry, Jean de Cronstadt. Mediateur entre Dieu et les Hommes, Cerf, 2001, 120-125).

[10] Cf. A. Koni, Fëdor Petrovič Gaaz, in Vrata miloserdija, 77.

[11] F. gaaz, Prizyv k ženščinam, «Theologia», luglio-dicembre 1997, 133-134.

[12] T. Spidlik, L’idea russa, un’altra visione dell’uomo, Lipa 1995, 189.

[13] Cf. I. Kologrivof, Essai sur la Sainteté en Russie, Bruges 1953, 318s ; 360s.

[14] Cf. J. Danielou, Théologie du Judéo christianisme, Cerf, Paris, 1991, 264-271.

[15] Cf N. Gorodetzky, The Humiliated Christ in Modern Russian Thought, Society for promotion Christian Knowledge, London – New York, 1938.

[16] N. Arsen’ev, La pieté Russe, Neuchatel 1963, 91.

[17] Anton Hamm – Gerd Teschke, Ein Deutcher Arzt als „Heiliger“ in Moskau, 122.

[18] Cf Anton Hamm – Gerd Teschke, Ein Deutcher Arzt als „Heiliger“ in Moskau, 140.

[19] Centesimi di rublo. Ndt

[20] F. Dostoevskij, L’Idiota, Garzanti, Milano, 1982, Vol II, 506-507.

[21] N. S. Leskov, Comment Notre –Seigneur visita un Paysan. Recit de Noël. Traduit par Charles Salomon. Composition et bois gravés d’Alexis Kravtchenko, Estrait de l’illustration, 13, rue Saint Gorge, Paris, 4 Décembre 1926. Questo racconto sebbene non tocchi direttamente la vicenda di Haass ci fornisce un quadro realistico della vita dei deportati esiliati una volta arrivati in Siberia. N. S. Leskov (1831-1895) appartiene alla corrente letteraria del realismo russo. Scrisse Gorkij che la creazione letteraria di Leskov diventa subito chiara pittura, o, meglio, pittura di Icone; egli comincia a creare per la Russia l’Iconostasi dei suoi santi e dei suoi uomini giusti”… In Leskov il personaggio positivo, che lui stesso definisce “giusto” è quell’uomo che è possibile incontrare in qualche angolo della sconfinata Russia e che grazie alla sua straordinaria esperienza appare consapevolmente o inconsapevolmente una manifestazione della potenza divina. I “giusti” «pravedniki» rappresentano una vera e propria incarnazione di quella giustizia e verità «pravda» che per Leskov si sono massimamente realizzati in Cristo” . In M. Garzaniti (a cura di), Nikolaj Semenovic Leskov, Agli estremi limiti del mondo. Il monastero dei cadetti, Coletti, 1988, 8-9. Nel suo racconto «Agli estremi limiti del mondo» Leskov si ispira ai ricordi personali di un vescovo di Jaroslav, Nil che fu in Siberia per svariati anni. Dopo aver accennato alle condizioni generali della diffusione del cristianesimo in Siberia e alla persistenza di culti e tradizioni sciamane, il vescovo animato da grande zelo missionario decideva di intraprendere un viaggio nella steppa per conoscere di persona le difficoltà e i problemi e vede che anche negli sciamanisti Dio non è così lontano come pensava. Leskov vuole così dire che i “giusti” non vanno solamente cercati fra i cristiani, ma persino fra i non credenti che seguano con fedeltà la legge scritta nella coscienza anche se non possono comprendere il messaggio cristiano e la sua teologia”. Ibid, 10-11. Ndt.